Quando si arriva troppo presto: la storia di General Magic
Approfondiamo la storia di General Magic, la startup che a metà degli anni 90 presentò un prodotto paragonabile ai nostri smartphone, ma che fallì alcuni anni dopo
Andrea Pastore 27/12/2019 0
Come rispondereste alla domanda "chi ha inventato il primo smartphone?". Sbagliato, non è Apple, lo smartphone è stato inventato molto tempo prima, addirittura nel 1993, dieci anni prima dell'iphone. Ad inventarlo fu un'azienda americana, la General Magic, ed è incredibile notare quante similitudini che ci sono con i moderni smartphone: schermo touch screen, applicazioni, icone e possibilità di connettersi ad internet. Le due più grandi differenze che saltano all'occhio confrontando questo prodotto con i gli smartphone di oggi sono lo schermo in bianco e nero e la presenza di uno store online, che non poteva essere pensato con la connessione internet dell'epoca. Tra le tante previsioni indovinate c'è quella del CEO di General Magic, Marc Porat, il quale affermò che "questo tipo di prodotti offrono la stessa soddisfazione di un gioiello". In breve tempo l'azienda raccolse diversi milioni di dollari da investitori del calibro di Sony, Samsung, Motorola e altri colossi.
Un'idea troppo in anticipo
Vi starete chiedendo: come mai non ha funzionato? La ragione è che il prodotto era troppo rivoluzionario per la sua epoca, e né l'utenza né la tecnologia erano maturi. Il prezzo di mercato intorno ai 1000 dollari, oggi normale per un prodotto tecnologico, all'epoca non lo era. Inoltre la tecnologia dell'epoca non era in grado di fornire una miniaturizzazione accettabile (Il pocket crystal era grande quanto una piccola televisione), per non parlare della potenza di calcolo e della durata delle batterie. A questi fattori si è aggiunto un errore strategico: nei primi anni 90 internet era agli albori, e non era cosi naturale come oggi. Per questo motivo alla General Magic decisero di creare un loro network separato dalla rete internet, con costi di sviluppo e soprattutto con la limitazione di un network privato. Tutti questi elementi fecero si che vennero vendute pochissimi dispositivi e la General Magic dopo alcuni anni andò in bancarotta.
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La storia di Uber, la startup che ha fatto vacillare il monopolio dei tassisti
Non esageriamo se diciamo che Uber sia e sia stata una vera e propria rivoluzione. Lo dice il mercato che è testimone diretto di un patrimonio di 65 milioni di dollari attribuibili al business dei suoi ideatori, Camp e Kalanick, lo dicono milioni di persone che utilizzano il servizio e lo dice l’offerta che si sta aprendo sempre di più a target e servizi diversi. Ma come mai tutto questo successo? Per poterlo capire torniamo indietro di oltre dieci anni e soffermiamoci sulla sua start up
Un'intuizione semplice e geniale
Tutto nasce nel 2009 per via di un taxi che tardava ad arrivare: Garret Camp e Travis Kalanick, si trovavano ad una conferenza a Parigi e all'uscita dall'evento non c'erano taxi disponibili. Mentre aspettavano guardando il via vai delle macchine di passaggio, si chiesero quante automobili di quelle viste fino a quel momento erano dirette nella stessa loro direzione e a quanto sarebbe stato utile un'app che mettesse in comunicazione i guidatori con chi non è automunito. La risposta fu semplice: dopo poco nacque Uber, un’applicazione per mettere in contatto automobilisti e passeggeri. Ognuno di noi può diventare un Uber e guadagnare offrendo un servizio di trasporto passeggeri con la propria auto. Se prima prenotare un taxi voleva dire contattare il centralino, aspettare che il tassista partisse dal deposito taxi o dall’altra parte della città e raggiungesse casa nostra, aspettare l’accensione del tassametro e a fine corsa corrispondere un compenso, con Uber tutto è prenotabile tramite app: con la geolocalizzazione l’azienda invia l’auto a noi più vicina e i pagamenti vengono fatti in automatico tramite un primo inserimento dei dati della prepagata in piattaforma o sul cellulare senza dover pagare l’autista a fine percorso.
I primi problemi con il trasporto tradizionale
L’azienda Uber non si chiamava così ai suoi esordi: di certo l’idea iniziale di soprannominarlo UberCab non aiutava a tranquillizzare i tassisti, così venne cambiato e ridotto in Uber nel 2011. Ma il problema del nome sarebbe stato del tutto relativo: difatti si stava per abbattere una vera e propria tempesta sul monopolio del servizio taxi e Uber già si prospettava rappresentante di un vero oltraggio alla professione del tassista. Persino l’investimento iniziale non lasciava presagire il successo che avrebbe poi fatto negli anni successivi: con “soli” 250 mila dollari ha realizzato un patrimonio di circa 65 miliardi ed ha subìto trasformazioni e collocazioni in altri settori del mercato. Effetto domino garantito, perché a sceglierlo sono stati molti paesi, tra i quali anche l’Italia. Il Belpaese, nella fattispecie, gli ha però riservato un benvenuto per niente facile a livello normativo. Approdato nel 2013, con sé ha portato un vero e proprio terremoto legislativo nell’ordinamento italiano. UberBlack, che a differenza del precedente sistema era un servizio che riconosceva agli autisti Uber autorizzati la facoltà di eseguire il servizio di trasporto, richiedeva come requisito essenziale la regolare licenza NCC. Con il passare dei mesi, però, per Uber si presentò un ulteriore impedimento che minò considerevolmente la sua legittimità ad operare come servizio alternativo al trasporto taxi. A differenza dei conducenti NCC, UberBlack non rispettava l’obbligo di rientro in rimessa al termine del servizio. Per tale motivo, nonostante la legge fosse dalla sua parte, UberBlack fu considerato abusivo nel Comune di Milano e non solo. UberBlack è stato l’unico servizio permesso dalla normativa italiana ad essere operativo sul territorio, negli altri paesi le evoluzioni di Uber, ovvero UberPop e UberX hanno valicato i confini dell’Europa e non solo.
Uber Eats, l'altra faccia di Uber
Sulla scia del successo di alcune piattaforme di consegna a domicilio (Just Eat, Deliveroo ecc), Uber ha lanciato un serivzio analogo: Uber Eats. Si tratta di un'app che consente di ricevere direttamente a casa i nostri piatti preferiti con un piccolo sovrapprezzo rispetto al costo orginale. Funziona come Uber: si crea un account, si sceglie cosa mangiare, si cerca il locale più vicino e si ordina in pochi minuti. E'possibile anche fissare un orario preciso per far recapitare i piatti ordinati. Il momento del ritiro prevede una mancia, che può essere corrisposta al momento della consegna o tramite l'applicazione entro i 30 giorni successivi: in questo modo è tutto tracciato e il cliente ha meno pensieri. Uber, in una società sempre più frenetica, vuole puntare a diventare protagonista e lo fa proiettandosi sempre più in alto, mettendosi in gioco e utilizzando, come è solito fare, le innovazioni tecnologiche del momento